Nel mio libro »Trasformazione urbana. Verso un buon vivere nella propria città« (2017, in lingua tedesca) viene descritto, come i cittadini e i vicinati si possono riappropriare della città per trasformarla in modo sostenibile.
Oggi non si pone più la domanda se la nostra società sia destinata a un cambiamento radicale, poiché in questo cambiamento ci siamo già dentro. L’unica questione ancora aperta riguarda il modo in cui esso avviene: by disaster or by co-design? Chi preferisce co-creare attivamente il cambiamento, anziché subirlo passivamente in modo potenzialmente doloroso, sceglie la sostenibilità. Essa è al tempo stesso una necessità e un’opportunità:
Un fattore centrale sia per la resilienza alle crisi sia per una vita buona (buen vivir) è la coesione sociale. Altrettanto importante è la diversità, poiché le monoculture – incluse quelle economiche e mentali – tendono a generare crisi e sono particolarmente vulnerabili ai loro effetti. Diversità non significa solo riconoscimento dell’alterità umana, ma soprattutto la possibilità di sviluppare alternative a un modello di sviluppo egemonico unico e insostenibile. Per questo motivo, sin dal rapporto Dag Hammarskjöld What Now? Another Development (1975), sostenibilità è un termine ombrello per «visioni di uno sviluppo diverso» (Tarozzi 1990).
Nella nostra «società della conoscenza e dell’informazione» (Bell 1973) esiste già una grande quantità di sapere sia sui problemi che sulle possibili soluzioni. Su ciò non mancano né libri né conferenze. Si sa infatti che per fermare il riscaldamento globale occorre abbandonare al più presto un regime energetico fossile basato su petrolio, carbone e gas. Si sa che per superare la crisi della democrazia occorre democratizzare la democrazia. Per eliminare la povertà e prevenire i conflitti è necessaria una redistribuzione equa delle risorse e della ricchezza. Ognuno deve prendersi carico delle conseguenze ecologiche, economiche e sociali delle proprie attività e decisioni, invece di lasciare che siano altri a pagarne il prezzo.
Certo, conosciamo bene i problemi e spesso anche le soluzioni, ma non sappiamo ancora abbastanza bene come passare dai problemi alle soluzioni: questa è la vera questione della trasformazione. Essa non si apprende soltanto dai libri, ma soprattutto nella pratica, mettendosi personalmente in gioco. La trasformazione siamo noi, e il primo passo per superare il senso di impotenza è la cooperazione con l’altro.
Ogni trasformazione è un processo di comunicazione, nel quale la qualità delle relazioni plasma il modo di rapportarsi ai contenuti (Watzlawick et al. 1971). Il modo in cui una società comunica e si organizza esercita una forte influenza anche sul suo impatto ambientale. Ecco perché la sostenibilità richiede più condivisione che competizione, più socializzazione che privatizzazione, più giustizia sociale che disuguaglianza. La sostenibilità si decide più sul come che non sul che cosa della politica. Una trasformazione partecipata è, di regola, molto più sostenibile di una trasformazione dettata dall’alto.
Poiché ogni contesto e ogni luogo sono singolari e hanno caratteristiche proprie, non esiste una via maestra per la trasformazione sostenibile. Essa inizia con un’esplorazione dei luoghi più che con la loro pianificazione, poiché i veri esperti della singolarità sono coloro che vivono e lavorano in un luogo. Mentre i modelli di sviluppo egemoni (globalizzazione neoliberale, modernizzazione ecc.) tendono a considerare gli esseri umani e la natura come oggetti funzionali, la trasformazione sostenibile richiede la loro emancipazione come soggetti (empowerment), nonché la costruzione di nuove alleanze: tra cittadini e istituzioni, tra vicinati e movimenti sociali, tra esseri umani e natura… Se l’agorà democratica degli antichi Greci era esclusiva e fondata sullo sfruttamento degli schiavi, una vita buona che non si realizzi a spese degli altri richiede un’agorà estesa, in cui anche questi altri abbiano voce – generazioni future e natura comprese.
Gli esseri umani non agiscono necessariamente in base a ciò che sanno, poiché le mentalità e le abitudini formatesi nel corso di decenni, se non di secoli, difficilmente possono essere superate da un giorno all’altro. Chi è stato educato a competere e a pensare come un Homo oeconomicus ha difficoltà a condividere e a cooperare con gli altri. Una democrazia forte presuppone una cultura della fiducia piuttosto che della sfiducia. Per questo non può esserci trasformazione sostenibile senza un cambiamento culturale. Ciò richiede un ripensamento e un’emancipazione del sistema educativo, della scienza, dell’arte e dei media.
La trasformazione sostenibile deve essere concepita e organizzata partendo dal locale – come processo di apprendimento individuale e collettivo, da realizzare in ogni città, quartiere e paese attraverso spazi liberi di sperimentazione di alternative e la trasformazione di parte dei beni pubblici e privati in beni condivisi (commons). La coesione sociale può essere rafforzata mediante nuovi rituali trasformativi non commerciali. Un prototipo di tali rituali è la Giornata del Buon Vivere (Tag des guten Lebens), che si svolge ogni anno a Colonia dal 2013.
© Dr. Davide Brocchi – Colonia, 30.6.2026