Qui un estratto del mio contributo nel nuovo manuale dal titolo «Sostenibilità e sviluppo sostenibile» edito da Mariella Nocenzi e pubblicato dalla casa editrice UTET.
Definizione del tema
Fra i principi più direttamente associati alla sostenibilità, quello della responsabilità verrà presentato in questo capitolo per la sua duplice funzione di rendere consapevole chi agisce delle possibili conseguenze delle proprie decisioni e di tenere conto degli altri e di tutte le specie, anche a lungo termine, rispetto alle implicazioni delle proprie azioni. Il limite imposto all’azione umana, la considerazione dell’altro e l’assunzione anche della prospettiva futura costituiscono fondamenti dello sviluppo sostenibile inediti rispetto ai modelli di crescita tradizionali.
Introduzione
Sostenibilità è un termine generico per «visioni di uno sviluppo diverso» (Tarozzi, 1990). Da una parte essa è una «necessità» in quanto opposta a ogni tipo di sviluppo capace di condurre la società in un vicolo cieco. Qui sostenibilità significa resilienza, ossia la capacità dei sistemi sociali di evitare o di far fronte a crisi capaci di mettere a rischio la nostra esistenza. Dall’altra parte sostenibilità è un’«opportunità» in quanto in grado di ridefinire in modo multidimensionale il benessere, superando la sua equiparazione a consumo di massa e crescita economica. Qui il termine è sinonimo di «buon vivere», cioè di un benessere che non va a discapito degli altri, generazioni future comprese. Mentre dalla colonizzazione alla globalizzazione è stato l’Occidente a dettare ad altri popoli la propria cultura, la sostenibilità richiede la capacità di cambiare prospettiva e di apprendere nella diversità. Ad esempio, dalle popolazioni indigene andine, dove il «buen vivir» (sumak kawsay) è un modo di vivere solidale in equilibrio con la natura interiore ed esteriore dell’uomo (Acosta, 2016).
Sin dal principio il discorso sullo sviluppo sostenibile è stato affrontato come questione di responsabilità. Nel primo Rapporto del Club di Roma del 1972 la responsabilità venne innanzitutto intesa come colpa o complicità nel danneggiare il pianeta. Per evitare il collasso gli autori del Rapporto richiedevano uno sforzo congiunto di tutti i popoli. «Ma la responsabilità maggiore spetta ai Paesi più sviluppati, non perché abbiano più visione o umanità, ma perché avendo propagato la sindrome della crescita sono ancora alla fonte del progresso che la sostiene» (Meadows et al., 1972, p. 194). Successivamente i documenti dell’ONU riguardanti lo sviluppo sostenibile hanno inteso la responsabilità come una funzione o una competenza detenuta dalle istituzioni pubbliche ed economiche. Così per la Commissione Brundtland era la «frammentazione settoriale della responsabilità» una delle cause principali di molti problemi ambientali e di sviluppo (WCED, 1987, p. 56). Nell’Agenda 21 la responsabilità è invece un’investitura morale, ad esempio la «responsabilità comune di tutti i Paesi nella battaglia contro la povertà» (UN, 1992, p. 14). Oppure la «pianificazione responsabile della famiglia» contro la crescita esponenziale della popolazione mondiale (Ibidem, p. 16). Anche la società civile può giocare un ruolo importante nella svolta sostenibile, prendendosi «la responsabilità della cura e del miglioramento dell’ambiente circostante» (Ibidem, p. 50). Partecipazione civile sarebbe quindi il modo di vivere la responsabilità come qualità morale. «Responsabili» sono pure decisioni di governo capaci di integrare gli interessi ecologici, economici e sociali (Ibidem, p. 65). Nel 2015 le Nazioni Unite hanno sottoscritto l’Agenda 2030. Fra i suoi 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs) il nono riguarda l’industria e le imprese, invitando a «costruire una infrastruttura resiliente e a promuovere l’innovazione equa, responsabile e sostenibile». Il decimo obiettivo (riduzione delle disuguaglianze) presuppone invece «istituzioni più efficaci, credibili, responsabili e legittime» così come la facilitazione di una «migrazione ordinata, sicura, regolare e responsabile». Con l’obiettivo 16 (Pace, Giustizia e Istituzioni solide) viene infine prescritta la creazione di «organismi efficienti, responsabili e inclusivi a tutti i livelli» (Agenzia per la Coesione Territoriale, 2020).
Tutti questi esempi mostrano come da oltre cinquant’anni i governi nazionali promettano nell’ambito dell’ONU più sostenibilità. Ma gli obiettivi dichiarati della politica non corrispondono sempre a quelli reali dello sviluppo, cosicché l’insostenibilità ha finora continuato a prender piede al posto della sostenibilità nonostante le promesse. Il risultato è una crisi multipla e il rischio di un collasso ecologico e sociale. Si potrebbe pensare che il cambiamento climatico, la distruzione degli ecosistemi, l’ingiustizia sociale o le tensioni internazionali attuali siano espressione di una mancanza di responsabilità, ma gli attori sociali si fanno sempre e comunque carico di responsabilità: attraverso azioni o omissioni, consciamente e inconsciamente. La domanda è per quale sviluppo e per quale società si è e/o si vuole essere responsabili. Come ci si può aspettare una maggiore protezione dell’ambiente e più giustizia sociale da istituzioni che finora hanno promosso lo sviluppo insostenibile? Se nessun problema può essere risolto con lo stesso modo di pensare che lo ha pro vocato (Albert Einstein), come è possibile cambiare una cultura nella quale noi stessi siamo stati socializzati? A queste domande si può rispondere adeguatamente solo ripensando la responsabilità.
Responsabilità e insostenibilità
L’esistenza della vita sulla Terra è appesa a un filo estremamente sottile. A dimostrarlo è il fatto che il 99% delle specie esistite negli ultimi 3,8 miliardi di anni sono già scomparse, in gran parte durante le cinque grandi estinzioni di massa (Meissner, 1999, p. 114). Solo attraverso l’evoluzione biologica la natura è riuscita a imporsi sul nostro pianeta e a resistere fino a oggi all’entropia. Mentre le monoculture sono particolarmente vulnerabili, la biodiversità rende gli ecosistemi resilienti e agili verso [le] crisi (eruzione di supervulcani, cambiamenti climatici ecc.). Una delle milioni di specie apparse durante l’evoluzione è quella dell’Homo sapiens, la cui origine risale a oltre 300.000 anni fa. Per il 97% di questo tempo gli uomini sono stati «animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse» (Harari, 2013, p. 12). La vita preistorica era completamente subordinata all’ambiente, vale a dire alle leggi della termodinamica e dell’ecologia. Nell’economia circolare della natura la morte è tanto normale quanto la nascita, cosicché la popolazione umana è rimasta fino a 10.000 anni fa al di sotto dei dieci milioni. Ciò che vale per piante e animali vale quindi anche per le tribù preistoriche di cacciatori-raccoglitori: la loro responsabilità era tanto limitata quanto la capacità di danneggiare l’ambiente.
La responsabilità è quindi una qualità acquisita gradualmente nella storia dell’uomo, relativa al suo «potere» di influire sull’ambiente ecologico e sociale. In altre parole, la responsabilità è il prezzo da pagare per il «progresso» (Rifkin, 1992) e in particolare per la «modernità» (Höffe, 2013, p. 111). Già Auguste Comte vedeva nella paura verso la morte lo stimolo profondo alla base del progresso (Aaron, 1989). Questa paura è particolarmente accentuata nella cultura occidentale (Esposito, 2006), quindi non può essere un caso che proprio qui l’intenzione di sottrarsi all’economia circolare della natura sia stata particolarmente forte (Commoner, 1972; Rifkin, 1992). Il primo passo verso la separazione dalla natura avvenne 70.000 anni fa, quando il controllo del fuoco, il cambiamento dell’alimentazione e l’aumento del volume cerebrale nell’Homo sapiens innescarono una «rivoluzione cognitiva». L’evoluzione della memoria e del linguaggio portò alla «costruzione di quelle complesse strutture chiamate culture» (Harari, 2013, p. 11) che a loro volta diedero origine alle prime società. Mentre le tribù preistoriche non superavano le 150 unità ed erano basate su rapporti di reciprocità personale (Junker, 2008, p. 59), la condivisione di credenze e di norme rendeva possibile il senso di appartenenza, la coesistenza e l’azione coordinata di grandi masse di individui…
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© Dr. Davide Brocchi, 2025
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